
Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di vedere al cinema il film The Road, che temevo non avremo mai potuto apprezzare in Italia, tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy vincitore del premio Pulitzer nel 2007. L’ho trovato veramente profondo. Da un lato credo sia il film più triste che io abbia mai visto, dall’altro ci ho trovato una rara profondità di emozioni e sentimenti, esasperati al limite della sopportazione da una situazione di vita estrema. Senza dimenticarsi che si tratta pure di un film di fantascienza, ambientato in un tempo in cui tutto il pianeta è ormai morto, senza vita, senza piante, senza acqua, senza animali, senza umanità, senza speranza alcuna.
La storia è quella di un padre e di un bambino che cercano di sopravvivere al nulla e alla brutalità di un mondo che non ha più regole. Viggo Mortensen (il padre) come al solito è bravissimo. Gran parte della riuscita del film si basa, a mio giudizio, sulla sua abilità. Io, da padre di una bambina, mi ci sono immedesimato profondamente, chiedendomi come avrei saputo agire nelle medesime situazioni impossibili. Ed è bravo pure il regista nel raccontare una storia difficile per il cinema. Addirittura il film ha rischiato di non uscire in Italia perchè giudicato troppo deprimente per il nostro mercato.
Parlo comunque di questo film solo ora (l’ho già visto da qualche settimana), perchè solo adesso, in occasione dei Mondiali di Calcio, ho fatto una nuova riflessione. Guardando il film, nel tentativo di sdrammatizzare, ho pensato che una situazione come quella narrata è praticamente impossibile: basta guardare come l’erba cerca di crescere in ogni granello di terra che si infila tra le mattonelle del mio terrazzo, o come le formiche riescano a sbucare fuori ovunque, scavando sotto il terreno. E’ difficile pensare al momento in cui la natura non fiorirà più, anche se i media ci bombardano costantemente di pensieri legati alla fine dell’equilibrio naturale del pianeta (ma questo è un altro discorso che forse un giorno affronterò anche qui).
Eppure la situazione terribile che vivono i protagonisti di questo film, anche se lontano dai nostri occhi, credo purtroppo sia vissuta anche nel nostro tempo (senza dover attendere che il mondo diventi una palla di pietra sterile) da una gran parte di povere persone, in vari paesi del nostro pianeta. E’ la tipica condizione dei profughi: persone senza una casa, senza una famiglia conosciuta, senza alcuna sicurezza in merito al proprio destino. Sono le persone che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla follia dei potenti che si fanno la pelle per il potere. Ce ne sono ovunque: in Africa, in Medio Oriente, in India, in Cina. Fra di loro ci sono famiglie intere, come la mia, come la vostra; buoni genitori che amano i propri figli e che si straziano di dolore per non essere in grado di promettergli un futuro e di garantirgli la dignità; poveri bambini che non possono permettersi l’innocenza, che non impareranno mai a giocare con i propri simili e ad amare gli uomini; in pratica esseri umani che impareranno a temere ogni cosa, che hanno sopportato e visto con i propri occhi la più estrema crudeltà di altri esseri umani.
The Road, oltre ad avere molti altri significati, è anche la metafora di questa povertà che esiste quanto la nostra ricchezza, ma che preferiamo non pensare che esista. Oppure preferiamo pensare che chi viva in questo modo se lo sia meritato, o sia meno civile di noi…
